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el 1213, l’Apostolo umbro giungeva allo Speco di Sant’Urbano, mirifico gioiello minoritico, magnificamente inserito, come un nido d’aquile, « tra le insenature della giogaia di monti aspri, che van da Narni alla Sabina» (G. Mancini, Lo Speco di Narni, 1959). Veniva da Stroncone, a piedi, con pochi compagni, dopo una delle sue prime peregrinazioni apostoliche nell’Umbria meridionale.
Il giovane assisiate, desideroso di solitudine, raggiunse così l’anelata asprezza del monte “San Pancrazio”, « e vi trovò una cappella solitaria, presso la quale fece alcun tempo dimora, ospitando in un orrida grotta, forse soggiorno di animali feroci o di ladroni; poi vi tornò a più riprese e vi lasciò alcuni suoi frati, i quali fabbricarono alcune cellette e capanne per loro abitazioni» (B. Bazzocchini, Cronaca, 1921).
Nel silenzio recondito della fitta boscaglia, il Poverello di Dio, oltre al benedettino oratorio intitolato a San Silvestro, trovò una cisterna d’acqua, più tardi detta “ Pozzo di San Francesco”, e varie grotte aperte sotto la scogliera del monte. Qui l’Assisiate « aveva trovato il luogo solitario, propizio, alle lacrime, e lo scelse per sé, per abbandonarvisi in paradisiaca devozione» (F. Gonzaga, De origine, 1587).
Riporta il Gonzaga: « Tra i luoghi più cari, (Francesco) ebbe familiarissimo Lo Speco, dove per lungo tempo dimorò».
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Narni, Lo Speco di San Francesco:
a sinistra l’ “Elmo” con il quale venne attinta l’acqua trasformata in vino,
a destra il “Santuario propriamente detto”, (foto inizi ‘900)
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Quassù l’Apostolo umbro operò molti prodigi, ad iniziare da quello restato senza dubbio il più famoso, tanto che Bartolomeo da Pisa, nelle sue “ Conformità”, appellerà il luogo “ La nuova Cana”: « Nel tempo in cui, presso l’Eremo di Sant’Urbano, era afflitto da gravissima malattia, San Francesco chiese con languida voce del vino, ma gli fu risposto che non c’era da dargliene. Volle allora che gli portassero dell’acqua, e quando gli fu portata la benedisse con segno di croce. Subito quell’elemento, cambiando specie, perdette il proprio sapore e ne acquistò un altro. Divenne ottimo vino ciò che era l’acqua pura, e quanto non poté la povertà, la offerse la santità. Gustatone, l’uomo di Dio risanò con tanta prontezza, che se della meravigliosa guarigione fu causa quel cambiamento, del cambiamento stesso fu testimone la mirabile guarigione» (Cel. Tratt. Mir., 17).
« Ma la tradizione più caratteristica dello Speco, quella che ha reso quasi popolare il suo nome, è la tradizione dell’Angelo disceso dal cielo a rallegrare di celesti melodie la solitudine del Serafico Patriarca. Si trovava egli un giorno su questo monte, più dell’ordinario ammalato ed angustiato: le sofferenze corporali e la solitudine empivano il suo cuore d’amarezza, onde egli pregò fervorosamente per ottenere conforto. Ed ecco un Angelo farsi innanzi alla sua grotta e trar fuori da una viola sì celesti melodie, che il santo ebbe quasi venir meno di dolcezza. Uno scoglio a forma di guglia, che s’innalza sul davanti della grotta, è indicato come il luogo dove si sarebbe posato il celeste consolatore» (B. Bazzocchini, Cronaca, 1921).
Raccolto in mistica solitudine, frate Francesco, in quella sua prima visita, permase diverse settimane nel recondito romitaggio montano di Narni, adoperandosi in estatiche penitenze ed orazioni, confortato dalla benevolenza del suo encomiabile confidente fra’ Leone, e dall’entusiasmo di quanti, in quei giorni, lasciato il “secolo”, salirono l’erta del monte “ La Bandita ”, per lievitare la già cospicua schiera minoritica. Non conosciamo i nomi dei nuovi adepti, sappiamo però che l’Assisiate volle si fosse lì edificato un umilissimo “locus”, per accoglierli e sì difenderli dagli avversi agenti di quel rigido inverno (Non è da escludere le presenze di alcuni dei futuri Santi protomartiri in Marocco).
Francesco d’Assisi, tonificato dalla mirifica solitudine dello Speco, decise di proseguire il proprio viaggio apostolico e, abbracciati i nuovi arditi fraticelli, salutò quel luogo di letizia con la ferma promessa di tornarvi, lasciando come pegno il suo bastone viatico. Narra il Ceroni: «Giunto sul monte, ove s’interna/ cupa e vasta una caverna,/ disse il Santo Poverello:/ -Io desidero che tu, / mio fidato bastoncello, /che aiutasti il pellegrino/ ne le angustie del cammino/ a ripire fin quassù, / abbia vita. E così fu» (G. Ceroni, Lo Speco di frate Francesco, 1929).
Così il secco bastoncello che frate Francesco piantò non lontano dalla amata spelonca, si riempì presto di germogli; e ancor oggi, maestoso di rami e di secoli, ricco di nuovi polloni sviluppatisi intorno all’originario ceppo, il “Castagno di San Francesco” produce gustosissimi frutti, sperimentati efficacissimi «per ogni sorte di malattie, gustandone con fede» (G. Ceroni, Lo Speco di frate Francesco, 1929).
Lo Speco di Sant’Urbano diverrà uno dei Santuari più famosi della storia francescana ed ininterrottamente ospiterà frati esemplari; frate Antonio da Orvieto, nella settecentesca Cronaca, annoterà: «(...) è tutto un reliquiario famoso, abitato da tanti buoni e santi servi di Dio». « Con quello di S. Francesco è legato su questo monte il nome di S. Antonio da Padova e quello di S. Bernardino. Non sappiamo precisamente in quali circostanze siasi trovato lassù S. Antonio, sebbene egli abbia visitato parecchi luoghi dell’Umbria; ma si attribuisce generalmente a S. Bernardino la costruzione del convento, presso il quale non tardarono ad occorrere parecchi fra i più fervorosi seguaci della prima riforma francescana. E’ da ricordare tra questi il B. Pietro da Rieti morto quassù in concetto di santità e seppellito nell’antica cappella di S. Silvestro« (B. Bazzochini, Cronaca, 1921).
Nel 1523, lo Speco di Sant’Urbano fu uno dei primissimi luoghi passati ai “Riformati”. « Nei primi due secoli della Riforma e fino all’epoca delle soppressioni, la famiglia dello Speco fu abbastanza numerosa e una delle più esemplari della Provincia» (B. Bazzochini, Cronaca, 1921).
Paul Sabatier, accennando a questo eremitorio, a quello di Monteluco e a qualche altro, dirà: «(...) sont les types les plus pittoresque et les plus significatifs que je connaisse de ces sortes de maisons». E l’autorevole Ignacio Larrañaga declamerà: «(...) Tutti i romitori offrono panorami che fanno palpitare il cuore, però questo di Sant’Urbano ne offre uno che supera ogni immaginazione».
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Il Convento consta di edifici informi, tutti ispirati alla più stretta povertà « che armonicamente traspare da tutte le sue parti» (L. Lanzi, Escursioni, 1907).
Il chiostro del sacro Romitaggio, piccolo, rustico, leggermente sghembo, ha come cornice archi bassi e asimmetrici, colmi di variopinti fiori; in un lato è il pozzo con la carrucola ed i ferri sormontati da una croce; su una torretta una antica meridiana riporta l’osservatore a tempi remoti.
Dal chiostro, una minuta porta adduce al quattrocentesco “Refettorio di San Bernardino”, ambiente lungo e stretto, caratterizzato da una tavola di quercia massiccia e panca a dossale « intorno alla quale si riuniva a mensa la famigliola religiosa ai tempi del Santo» (B. Bazzocchini, Cronaca, 1921); addossati alla parete sono l’acquaio di pietra ed un fornello per la cottura dei cibi.
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Narni, Lo Speco di San Francesco:
a sinistra il “Refettorio di San Bernardino da Siena”,
a destra il “Dormitorio”, (foto anni ‘50)
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Poco distante è la cappellina di San Silvestro, pregiato ambiente preesistente alla venuta del Santo; dietro all’altare monolite, sull’absidina, si ammira un trecentesco affresco di buona fattura, esso rappresenta: “ Gesù crocifisso” con ai lati la “ Madonna e San Giovanni Evangelista, San Francesco e San Silvestro”. Nell’intradosso dell’arco sono raffigurati: l’ “Annunziata, Santa Chiara, San Girolamo e Santa Caterina d’Alessandria”.
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Narni, Lo Speco di San Francesco: “Cappellina di San Silvestro”
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Poco appresso, nella penombra di un andito angusto, ferma la nostra attenzione la bocca di un pozzo: è il pozzo di “ San Francesco”, individuato da quattro blocchi irregolari di pietra consunta, ove fu attinta l’acqua che il Serafico sofferente mutò in vino.
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Narni, Lo Speco di San Francesco: “Il pozzo”
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La candida chiesetta, frutto degli ampliamenti che il romitaggio subì nel sec. XVI, è un modestissimo edificio a “capanna”, la cui facciata, traforata da un “occhio” disadorno, vede una porticina sulla cui lunetta risaltano le sfocate immagini della “ Madonna con il Bambino e i Santi Francesco e Chiara”. L’interno, piccolo e semplice, ad una navata, con due altari, uno dei quali è dedicato a San Pasquale Baylon, protettore dei pastori e delle greggi. L’altare maggiore è ingentilito da un quattrocentesco “Crocifisso” ligneo, posto contro un fondo di paesaggio con le figure della “ Vergine e di San Giovanni” e da un settecentesco tabernacolo pentagono a colonnine tortili e nicchiette laterali accoglienti le figurine di San Francesco e di Santa Chiara. Dal grazioso coretto, un’angusta porticina immette in un oratorio, sul cui altare campeggia una tela del ‘600 raffigurante la “ Vergine Maria con in braccio Gesù”.
Nel muro dell'oratorio, una memoria ricorda che « questa cappella il mese di febbraio 1678 era dispensa, quale fu convertita in questa forma a causa del miracolo operato qui dalla Divina Provvidenza, mentre, ritrovandosi in tal tempo i poveri religiosi privi affatto d'olio, ne fu quivi ritrovata una brocca piena, creduta provvisione certa della Divina Provvidenza, mandata per mano angelica; per mezzo del quale (olio) ha operato Dio molti miracoli a pro e beneficio de’ fedeli divoti!» (Antonio da Orvieto, Cronologia, 1717).
Un viale immerso nel verde dei lecci e dei carpini, scandito da quattordici croci e mal lastricato a gradoni schistosi (percorso, nel 1704, da una processione di Angeli), adduce al ripiano superiore del monte ove, pressoché inalterato, si conserva il “ Santuario” dello Speco: una Chiesuola, una Celletta ed una Colonna sormontata da una croce; la leggenda francescana che è legata a ciascuno di questi edifici, è di un sapore veramente serafico.
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Narni, Lo Speco di San Francesco: il “Santuario propriamente detto”
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Chiesuola . La chiesuola, del sec. XIII, a travicelli scoperti, con un altarino sorretto da rozzi pilastrini, è illuminata da una finestrella a feritoia nell’abside. Sulle pareti laterali due affreschi, restaurati ma molto manomessi, narrano l’episodio miracoloso dell’acqua mutata in vino. Da quando poté levarsi dal giaciglio, stare in preghiera in questa chiesuola fu, per Francesco, l’occupazione e il riposo dei suoi giorni di convalescenza; qui il Santo assisiate, dinanzi al piccolo altare, viveva coi frati la vita con Dio, recitava le Ore e si alzava a Mattutino, conversava col suo Signore, cercando il regno di Dio e la sua giustizia.
Celletta . Per una piccola, antichissima porta, dai cardini di legno, si entra - abbassando la testa - nella celletta che i frati prepararono all’infermo Francesco: angusta, impressionante, dalle pietre sconnesse, dal tetto nudo a capanna. Al centro è una croce rustica. In fondo, un minuscolo pertugio per salutare “frate Sole”. Lungo la parete, protetto da una graticciata di ferro, è il lettaccio dove il Santo giacque malato. E’ di castagno: barella di assi legati l’un l’altro da chiodi di legno. Rara, commovente eccezione, questo letto, poiché, in genere, la terra, la roccia gli servivano per riposare. Qui la premura affettuosa dei frati finì per averla vinta sulla sua penitenza. E rimane segno e testimonianza della «gravissima infermità che qui lo sopraffece» (I Cel., 61; Leg. Mag. V, 10). Ancora affissa al muro dell’oratorio, una “Memoria” manoscritta tramanda quella che, dopo l’infermità, fu la gioia più grande di Francesco allo Speco: preoccupato per il futuro della sua “fraternitas”, venne assicurato dal Signore con immense promesse: per lui, per i sui frati, per i benefattori. La promessa più esaltante fu l’assicurazione che la sua fraternità sarebbe «durata sempre, sino alla fine del mondo» (Bartolomeo da Pisa, De Conformitate, 1380; L. Wadding, Annales, 1648).
Colonna . Dinanzi alla celluzza e all’oratorio, quasi come “materno” guardiano, è una colonna di roccia sormontata da una croce. Quando il Santo, gettato sul lettaccio, lancinato sin nell’anima dalla sofferenza, desiderò, come un fanciullo, un po’ di conforto spirituale, l’angelo violinista si posò sull’alto del masso e con le celesti armonie lenì i tormenti del poeta serafico.
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Narni, Lo Speco di San Francesco: il “Lettaccio”
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Splendida cornice del Santuario è rappresentata, oltre che dall’orrida Spelonca e dal poderoso castagno del Santo, da due devote cappelline, nelle quali è fama che vi abbiano dimorato Sant’Antonio da Padova e San Bernardino da Siena.
« La più recente storia dello Speco è contristata da un luttuoso avvenimento. Il giorno 10 agosto 1890, mentre alcuni religiosi si trovavano assenti per esercizio del sacro ministero, i tre rimasti in convento vennero barbaramente uccisi nel refettorio, al tempo del pranzo, da volgari assassini. Malgrado ciò, i nostri religiosi non abbandonarono il venerando santuario; e fu solo nelle ultime vicende della Provincia che il convento restò deserto dei suoi antichi abitatori. Lo Speco fu soppresso nel 1866 e prontamente riscattato: giova sperare che l'attuale abbandono non sia definitivo» (B. Bazzocchini, Cronaca, 1921).
« Nel 1943, durante la guerra, padre Placido partì solo da San Damiano con in tasca il denaro per il biglietto e basta. Quando arrivò all’eremo non c’erano né finestre, né mobili. Le piante erano entrate nelle camere e la gente si era servita di tutto il mobilio. Lavorò delle settimane, mangiando pane e insalata. Un giorno, stanco di tutto, partì. Voleva tornare a San Damiano. Sotto la roccia si fermò un’ultima volta a guardare questo povero speco. Allora un dolore lo prese; non poteva lasciarlo e ritornò. Poi padre Ambrogio venne ad aiutarlo. La sera stanchi dicevano il breviario alla luce del fuoco e ... si addormentavano, l’uno di qua l’altro di là» (M. Sticco).
Da allora, grazie all’amoroso lavoro dei due arditi “ fratres” di Francesco, il sacro cenobio dello Speco è tornato a nuovo splendore!
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Narni, Lo Speco di San Francesco: la “Chiesina”
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Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
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